“L’isola di Arturo” di Elsa Morante

L'isola di Arturo Elsa Morante Einaudi Editore

Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra i muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste tra le grandi scogliere.

Avete bisogno di me per sapere che Elsa Morante sia una scrittrice meravigliosa?
Io questo non creto. [cit.]
Finalmente però, anche io ho letto L’isola di Arturo e adesso sono nel panico perchè non ho idea di come potergli rendere giustizia.

Iniziare questo Premio Strega 1957 è stato come farsi prendere per mano da qualcuno di fiducia e lasciarsi condurre ad occhi chiusi. Non mi interessa dove mi porterà la trama, basta che tu continui a raccontare.
Così sono finita nel 1938 a Procida, l’isola più piccola del Golfo di Napoli e ho conosciuto Arturo, uno dei bambini più soli del mondo, nato e cresciuto in un posto meraviglioso che non ha mai neanche pensato di lasciare. Non fosse per la solitudine dovuta dalla morte della madre e dalla mancanza del padre giramondo, Arturo trascorre un’infanzia da sogno in un’eterna vacanza tra sole, mare e castelli in aria. Il padre ogni tanto torna quel tanto che basta per alimentare la venerazione del figlio che lo paragona agli eroi epici dei suoi libri.

Ah, è un inferno essere amati da chi non ama nè la felicità, nè la vita, nè se stesso, ma soltanto te!

Arturo non ha vere figure di riferimento e costruisce da sè l’etica e le convinzioni che secondo lui regolano il mondo. Proprio per i suoi ideali quasi cavallereschi soffre profondamente durante l’adolescenza e la mancanza di rapporti umani nell’infanzia gli impedisce di riuscire ad esprimere le sue sofferenze – posto che ci sia qualcuno in grado di ascoltarlo e comprenderlo -.

[…] è nobile mostrare il proprio sdegno per ogni specie di adulazioni e vezzeggiamenti; ma poichè, d’altra parte, uno non può vezzeggiarsi da se stesso, una madre, nella vista, sarebbe necessaria.
***
Mi pareva che non si potesse mai conoscere la vera felicità dei baci, se erano mancati i primi, i più graziosi, celesti: della madre.

Il suo personaggio è molto complesso e l’articolo potrebbe parlare solo di lui e della personificazione di Procida che quasi rappresenta una figura materna, protettiva e rassicurante, ma non posso dire molto di più perchè rischio spoiler e soprattutto non potrei frenarmi dall’inveire pesantemente su uno dei personaggi.
Il libro, a metà strada tra un romanzo di formazione ed una favola, è diviso in otto parti. L’argomento principale è l’adolescenza di Arturo attraverso la solitudine, la mancanza di affetti, la misoginia, l’amore e ancora altro che non posso aggiungere.
Scritto in prima persona è interessante notare quanto magistralmente la Morante riesca a dar voce ad un adolescente maschio ed al suo complicatissimo – ed esasperato – spettro di emozioni.

Ho provato molti sentimenti contrastanti verso Arturo. Gli ho voluto bene come ad un fratello più piccolo, ho desiderato riempirlo di calore umano quanto di schiaffi, ma in definitiva l’ho ammirato per come riesca a superare la sua maturazione personale e sessuale praticamente da solo. Nessuno è con lui quando i miti della sua infanzia vanno in pezzi e la scrittura della Morante diventa quasi dickensiana nel descriverne i patimenti.

Al posto dei dolori drammatici che fino a poco prima mi avevano agitato, provavo una tristezza informe, senza più sentimenti per nessuno.

Nel panorama misogino del romanzo, l’unica figura femminile rilevante è Nunziatella, la seconda moglie di Wilhelm Gerace – padre di Arturo – , una povera ragazza di Napoli tanto ignorante quanto di buon cuore.

[…] essa credo, non aveva pensieri, e nemmeno era consapevole di non esser felice. Una pianta di garofano, o di rosa, anche se, invece che in un giardino, le tocca di stare sull’angolo di una finestruola, dentro un coccio, non si mette a pensare : potrei avere un’altra sorte. E cosi era fatta lei, altrettanto semplice.
***
[…] nei suoi occhi seri, effettuosi e consapevoli, parevano scusarsi col dirmi: io tengo una mente stupida, e vado fantasticando; però nella mia coscienza, non dimentico mai la realtà.

Per alcuni L’isola di Arturo è il libro prediletto da leggere e rileggere. Per me non è stato possibile non avendo empatizzato particolarmente con nessuno dei protagonisti- prima o poi ho desiderato prenderli tutti a sberle, chi per un motivo chi per un altro -.
Come tutti però, mi sono innamorata dell’ambientazione e del sentimento di appartenenza che i personaggi provano per la loro isola.
Presa dalla curiosità ho aperto il fido google ho cercato notizie e foto di Procida.
Non fatico a capire il motivo di tanto amore. Guardate che meraviglia:

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Piccola curiosità, la dedica iniziale a Remo Natales non è altri che l’anagramma di Elsa Morante che così si dedica la sua opera prediletta.
Geniale.

La colonna sonora è stata molto facile da pensare, ma in questo caso, non è opera dell’uomo.

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